Ciao,
Ti saluto come facevi tu al mattino, quando alzavi la testa dal cuscino, i capelli scarmigliati – e mi sono sempre chiesto come facessi a ridurli in quel modo se l’unica cosa che avevi fatto era dormire. Con quella vocina sottile, che trapassava i timpani, mi rifilavi quel saluto.
“Ciao” “Buongiorno!” ti dicevo. E non era una risposta, bensì un rimprovero: che diavolo di saluto era ciao?! A me hanno insegnato fin da piccolo a dire buongiorno. Perché tu, a ventotto anni, non l’avevi ancora imparato? E mi sorridevi pure! Beh, stamattina te l’ho detto, ti ho accontentata! “Ciao” ma non ho sentito la tua risposta, solo il silenzio. Quanto mi hai fatto vergognare! Mi sono coperto la bocca con la mano, come se avessi potuto rimangiarmi questa stupida parola. Mi sarei accontentato anche della eco della mia voce
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